Undici anni di silenzio: perché nessuno ha scritto a Harry Potter?
Harry Potter ha ricevuto la sua prima lettera a undici anni. Undici. Prima di quel momento? Niente. Nessuna cartolina di Natale, nessun biglietto di compleanno, nessun “ehi, pensavo a te.”
E la cosa più assurda? Nel mondo magico c’erano persone che conoscevano i suoi genitori. Che li amavano. Che avrebbero dovuto - diamine - almeno chiedersi come stava il figlio del loro migliore amico morto.
Ma niente. Silenzio totale.
Il caso Remus Lupin
Parliamoci chiaro: Remus Lupin è il peggiore di tutti.
Era uno dei Malandrini. Migliore amico di James Potter. Ha visto crescere Harry quando era un neonato. Sapeva quanto James e Lily lo amassero.
E poi? Sparito. Volatilizzato. Undici anni senza uno straccio di lettera.
Undici anni in cui Harry viveva sottoscala dai Dursley, e Lupin se ne stava da qualche parte nel mondo magico a fare… cosa? A leccarsi le ferite? A piangersi addosso per aver perso gli amici?
Sì, va bene, Sirius era ad Azkaban (ingiustamente, ma questo si scopre dopo). Peter era morto (o almeno così credevano tutti). James e Lily erano morti davvero.
Ma Harry no. Harry era vivo. Ed era solo.
“Non sapevo dove fosse”
Questa è la scusa più comune. “Magari Lupin non sapeva dove vivesse Harry. Silente aveva tenuto tutto segreto.”
Ok. Fermiamoci un attimo.
Nel mondo magico i gufi trovano tutti. Non serve un indirizzo. Il gufo sa dove andare. È letteralmente il loro lavoro.
Ron manda una lettera a Harry al numero 4 di Privet Drive senza problemi. Hermione pure. Tutti sanno dove sta Harry nel momento in cui vogliono trovarlo.
E poi, ammettiamo anche che la posizione fosse super segreta per motivi di sicurezza. Lupin non poteva mandare una lettera a McGonagall chiedendo “ehi, puoi far avere questo a Harry quando sarà il momento”?
Non poteva lasciare qualcosa a Silente? Tipo “quando compie 11 anni, dagli questa lettera da parte mia”?
Cose semplici. Cose che richiedono uno sforzo minimo.
Non l’ha fatto.
La teoria della protezione
C’è chi dice: “Forse non dovevano contattare Harry per tenerlo al sicuro. Se qualcuno avesse seguito il gufo?”
Ok, questa ha più senso. I Mangiamorte erano ancora in giro. Molti si erano dichiarati innocenti, dicendo di essere sotto l’Imperius. Bellatrix era ad Azkaban, ma Lucius Malfoy no. E tanti altri.
Forse davvero era pericoloso far sapere in giro dove fosse Harry.
Ma allora spiegami una cosa: McGonagall sapeva dove viveva. Hagrid sapeva dove viveva. Silente ovviamente lo sapeva. Mrs. Figg, la vicina gattara, stava letteralmente lì per tenere d’occhio Harry.
Quindi non era un segreto così inviolabile. Era più un “meglio non farlo sapere a troppa gente,” ma non un “non ne può sapere assolutamente nessuno.”
Lupin era un Malandrino. Era stato un membro dell’Ordine della Fenice. Silente si fidava di lui.
Quindi perché non gli ha detto niente? Perché non gli ha dato un modo per restare in contatto con Harry, anche solo indirettamente?
L’ipocrisia di Sirius
Va bene, parliamo anche di Sirius, già che ci siamo.
Sì, era ad Azkaban. No, non era colpa sua. Sì, è stata un’ingiustizia tremenda.
Ma quando esce? Quando scopre che Harry esiste e sta male? La sua reazione è “poor Harry” e poi continua a fare l’eroe ribelle senza pensare troppo a cosa significhi per Harry avere un padrino che compare e scompare.
Nel quarto libro gli manda qualche lettera. Nel quinto se ne sta chiuso a Grimmauld Place a fare il frustrato. Nel sesto è morto.
Non proprio il padrino dell’anno.
E ok, Azkaban ti devasta. I Dissennatori ti succhiano via ogni pensiero felice. Forse Sirius neanche era in grado di scrivere una lettera da lì dentro. Forse l’idea stessa di contattare Harry gli sembrava impossibile mentre era circondato da quelle creature.
Ma dopo? Dopo che scappa?
Poteva fare di più. Doveva fare di più.
Il silenzio di tutti gli altri
E poi ci sono tutti gli altri. Gli altri membri dell’Ordine. Gli amici di James e Lily. Le persone che li conoscevano.
Dove erano?
Va bene, molti erano morti. Ma non tutti. Molly e Arthur Weasley erano vivi. Mundungus Fletcher era vivo. Alastor Moody era vivo.
Nessuno di loro ha pensato “ehi, magari dovremmo vedere come sta il figlio di James e Lily”?
No, aspetta. La risposta è che probabilmente nessuno sapeva dove fosse. Silente aveva tenuto tutto segreto. Per proteggere Harry.
Che è una motivazione nobile e tutto quanto, ma il risultato è che Harry è cresciuto pensando di essere solo al mondo. Pensando che a nessuno importasse di lui.
Il momento della lettera
C’è una scena nel terzo capitolo della Pietra Filosofale che spacca il cuore.
Harry riceve la prima lettera della sua vita. La prima. A undici anni.
E si emoziona così tanto che fa la cosa più stupida possibile: la porta in cucina e cerca di aprirla davanti a Vernon e Petunia.
Ovviamente gliela strappano di mano. Ma il punto è: Harry era così eccitato all’idea che qualcuno gli avesse scritto che non ha pensato alle conseguenze.
Qualcuno, da qualche parte, aveva pensato a lui. Sapeva il suo nome. Sapeva che esisteva.
Per un bambino che è cresciuto nel sottoscala, che ha passato undici anni sentendosi dire che era un peso, un fastidio, qualcuno da nascondere - ricevere una lettera significava tutto.
Significava essere visto.
Cosa sarebbe cambiato?
Immagina se Lupin gli avesse scritto. Anche solo una volta all’anno. Un biglietto di compleanno. “Buon compleanno Harry. Tuo padre sarebbe orgoglioso di te.”
Dieci secondi per scriverlo. Una volta all’anno.
Harry avrebbe saputo che qualcuno là fuori si ricordava di lui. Che non era completamente solo. Che i suoi genitori erano stati amati, e che quindi anche lui, in qualche modo, era amato.
Avrebbe cambiato tutto? Forse no. Sarebbe stato comunque maltrattato dai Dursley. Sarebbe comunque finito sottoscala. La sua vita quotidiana sarebbe stata pessima come sempre.
Ma dentro? Dentro forse si sarebbe sentito diverso.
Forse avrebbe avuto qualcosa a cui aggrapparsi nei momenti peggiori. Un pensiero tipo “ok, i Dursley fanno schifo, ma là fuori c’è qualcuno che sa chi sono. Qualcuno che un giorno mi troverà.”
La responsabilità degli adulti
Questa è una delle cose che ti colpiscono quando rileggi Harry Potter da adulto. Gli adulti nel mondo magico sono… come dire… abbastanza inutili.
Lasciano un bambino a marcire dai parenti che lo odiano. Non controllano come sta. Non mandano nessuno a fare visita regolarmente (a parte Mrs. Figg, che però non può dirgli niente della magia).
Silente ha la sua teoria sulla “protezione del sangue” e tutto quanto. E ok, forse funziona. Forse Harry doveva stare coi Dursley per essere al sicuro da Voldemort.
Ma sicuro dalla violenza fisica? Sicuro dall’abuso psicologico? Sicuro dalla fame e dal freddo del sottoscala?
Di quello a nessuno importava.
E quando Harry arriva a Hogwarts a undici anni, piccolo e malnutrito con gli occhiali rotti, nessuno fa domande. Nessuno dice “aspetta, ma questo bambino sta bene? Qualcuno dovrebbe controllare come vive?”
No. Tutti sono troppo eccitati dal fatto che Il Ragazzo Che È Sopravvissuto sia finalmente tra loro.
Il ragazzo in sé? Quello vero, fatto di carne e ossa e traumi? Quello può aspettare.
L’eredità del silenzio
Undici anni di silenzio lasciano un segno.
Harry impara a non aspettarsi niente da nessuno. Impara che deve cavarsela da solo. Impara che l’amore è qualcosa che vedi negli altri - come i Weasley - ma che non è per te.
Anche quando trova Ron e Hermione, anche quando Sirius gli dice che potrebbe andare a vivere con lui, una parte di Harry non ci crede fino in fondo. Aspetta sempre che la cosa bella finisca. Aspetta sempre di essere abbandonato di nuovo.
Perché gli adulti che avrebbero dovuto proteggerlo lo hanno abbandonato quando aveva un anno. E nessuno si è fatto vivo per undici anni.
Questa non è una cosa che dimentichi. Non è una cosa da cui guarisci facilmente.
Puoi diventare l’eroe del mondo magico. Puoi sconfiggere Voldemort. Puoi salvare tutti.
Ma quella vocina nella testa che dice “nessuno si preoccupa davvero di te” - quella rimane.