I Centauri: L’Occasione Persa più Grande di Harry Potter
C’è una cosa che mi fa arrabbiare di Harry Potter, e sono i centauri. Non perché siano personaggi fatti male - anzi. Ma perché sono probabilmente l’occasione persa più grossa dell’intera serie.
Sanno Tutto (Ma Non Dicono Niente)
Facciamo un passo indietro alla Foresta Proibita nel primo libro. Ronan e Bane continuano a ripetere “Mars is bright tonight” come dei dischi rotti. Hagrid sbuffa, noi lettori pensiamo “vabbè, sono strani”, e andiamo avanti.
Ma aspetta un attimo. Marte. Il dio romano della guerra. E questi qui lo ripetono ossessivamente proprio mentre Voldemort sta cercando di tornare, proprio all’inizio di quella che diventerà la Seconda Guerra Magica.
Non è che sono strani. È che sanno esattamente cosa sta per succedere.
Il Sistema di Conoscenza più Figo (e Inutilizzato)
I centauri leggono le stelle e le interpretano. Non è roba da ciarlatani come la Divinazione di Cooman - è osservazione vera, analisi, comprensione di pattern cosmici. Loro vedono gli eventi prima che accadano. Non i dettagli, ma la struttura. L’outline, non il testo completo.
È tipo avere la sinossi di un libro senza aver letto i capitoli. Sai che succederà qualcosa di grosso tra Harry e Voldemort, ma non sai il come, il dove, il quando esatto.
E questa è una figata incredibile come sistema di conoscenza in un mondo fantasy. Perché non è onniscienza - quella sarebbe noiosa. È conoscenza parziale, abbastanza per essere utile ma non abbastanza per rovinare tutto.
Perché Non Li Abbiamo Usati di Più?
Qui viene il punto: immagina se i centauri fossero stati presenti in modo costante nella serie. Non per dare risposte, ma per fare da… bussola narrativa. Per ricordare ai personaggi (e a noi) che c’è qualcosa di più grande in gioco.
Nel terzo libro, quando tutti pensano che Sirius sia il cattivo, i centauri avrebbero potuto dire qualcosa di criptico che Harry avrebbe capito solo dopo. Nel quarto, prima del Torneo, un accenno al ritorno imminente. Nel sesto, mentre Silente muore, loro già lo sanno.
Non avrebbero risolto i problemi - i centauri non fanno quello. Ma avrebbero aggiunto un layer di tragedia inevitabile a tutto. Quella sensazione che certe cose devono succedere, che il destino si sta muovendo, che non puoi fermare tutto quello che sai sta arrivando.
Il Problema dell’Opzione Nucleare
C’è un motivo per cui Rowling non l’ha fatto, ed è legittimo: il rischio della “Turner-izzazione”.
Se hai una Giratempo in ogni libro, la storia diventa “perché non usiamo la Giratempo per risolvere tutto?” E diventa noioso.
Se hai i centauri sempre disponibili come fonte di informazioni, diventa “andiamo a chiedere ai centauri” ogni volta che c’è un problema. E loro o ti danno la soluzione (rendendo i protagonisti inutili) oppure non ti dicono niente (rendendoli frustranti e inutili).
È la stessa logica per cui Silente non può essere troppo presente, per cui gli adulti competenti devono essere sempre da un’altra parte quando serve. Perché la storia è di Harry, non di loro.
Ma È Comunque un Peccato
Il punto è che c’era spazio per qualcosa di mezzo. Non serviva renderli protagonisti, ma nemmeno ridurli a comparse che appaiono in due scene in sette libri.
Firenze che diventa professore di Divinazione nel quinto libro è un passo in quella direzione, ma arriva troppo tardi e non fa abbastanza. Avrebbe potuto essere un momento per esplorare davvero come funziona il loro sistema, cosa vedono, come interpretano. Invece è più che altro un modo per far arrabbiare gli altri centauri.
Cosa Sapevano Esattamente?
Torniamo alla foresta nel primo libro. Firenze dice a Harry qualcosa di inquietante: forse i centauri non avrebbero dovuto salvarlo. Forse era destino che morisse lì.
Ma poi aggiunge: “I hope we are wrong. Even we centaurs have read the stars wrongly before.”
Questo è il dettaglio che mi fa impazzire. Loro sanno che potrebbero sbagliarsi. Hanno l’umiltà di ammettere che la loro conoscenza non è perfetta. E scelgono comunque di agire - Firenze sceglie di salvare Harry - anche rischiando di interferire con il destino.
Cosa vedevano nelle stelle? Vedevano Harry che muore nella foresta? Vedevano la guerra? Vedevano tutto il tragitto fino al settimo libro, quando Harry davvero andrà nella foresta per farsi uccidere da Voldemort?
Probabilmente vedevano l’outline: “Harry Potter andrà nella foresta per affrontare Voldemort.” Ma non sapevano che sarebbe successo due volte, in modi completamente diversi.
I Custodi della Conoscenza
C’è un’altra cosa che rende i centauri fighi: loro hanno le informazioni ma scelgono di non condividerle. Non per cattiveria, ma perché credono che interferire cambi il corso degli eventi.
Sono tipo i custodi della conoscenza del mondo magico. Sanno cosa sta per succedere, ma lasciano che succeda. Perché il destino è destino, e se lo cambi forse peggiori solo le cose.
È una filosofia interessante, soprattutto in una serie dove i protagonisti passano il tempo a cercare di cambiare il futuro, a lottare contro quello che sembra inevitabile. I centauri sono il contrappunto perfetto: accettazione invece di resistenza. Osservazione invece di azione.
Ma appunto - sarebbe stato bello vedere più di questa filosofia in azione nella serie.
Il Divario Culturale
Un altro elemento sottoutilizzato: i centauri sono consapevoli di essere visti come “creature” dai maghi, e li fa arrabbiare. Giustamente. Sono intelligenti quanto (o più) degli umani, hanno una cultura ricca, un sistema di conoscenza sofisticato.
Ma il Ministero della Magia li classifica insieme alle bestie. Li tratta come animali pericolosi da tenere confinati nella foresta.
Questo conflitto poteva essere una sottotrama interessante per tutta la serie. Il parallelo con altre forme di discriminazione nel mondo magico (nati babbani, elfi domestici, lupi mannari) era lì, pronto da esplorare. Ma viene solo accennato.
L’Eredità di Firenze
Alla fine, Firenze è probabilmente il centauro più sviluppato come personaggio, ed è un peccato perché arriva tardi e fa poco. Ma almeno ci dà un assaggio di cosa sarebbero potuti essere i centauri nella serie.
Lui sceglie di insegnare agli umani, venendo ostracizzato dal suo branco per questo. Sceglie di condividere almeno parte della conoscenza dei centauri, anche se in forma limitata. E soprattutto, sceglie di agire invece di solo osservare.
È il centauro che dice “sì, forse è destino, ma io provo comunque a fare qualcosa.”
E forse è questo il vero peccato: non aver esplorato di più questa tensione tra destino e scelta, tra conoscenza e azione, che i centauri rappresentano perfettamente.