Il Problema Strutturale di Gilderoy Lockhart
Un Personaggio che Parla Troppo
Gilderoy Lockhart occupa uno spazio narrativo peculiare in “La Camera dei Segreti”. A differenza di altri antagonisti o figure comiche della serie, Lockhart si distingue per un elemento strutturale specifico: la quantità di spazio testuale che gli viene dedicata attraverso i suoi monologhi.
Nei libri, Rowling costruisce Lockhart attraverso lunghe tirate verbali rivolte direttamente a Harry. Questi discorsi - spesso vanesi, autocentrati, e completamente scollegati dalla realtà - creano un pattern insolito. La maggior parte dei personaggi di Harry Potter comunica attraverso dialoghi relativamente brevi e dinamici. Lockhart invece viene caratterizzato attraverso una serie di monologhi estesi che rallentano deliberatamente il ritmo della narrazione.
La Funzione del Monologo
Questa scelta narrativa serve a più scopi. Innanzitutto, i monologhi di Lockhart creano una sorta di rumore di fondo costante nella vita scolastica di Harry. Non sono solo momenti isolati di vanità, ma un flusso continuo di autopromozione che permea l’esperienza del secondo anno. Rowling usa questo pattern per costruire la presenza opprimente del personaggio senza dovergli dedicare scene d’azione significative.
In secondo luogo, la struttura stessa dei suoi discorsi - lunghi, circolari, pieni di aneddoti autocelebrativi - mima la natura del personaggio. Lockhart non è solo vanitoso nel contenuto di ciò che dice, ma nella forma stessa del suo parlare. Occupa più spazio conversazionale di quanto meriti, proprio come occupa una posizione (il ruolo di professore di Difesa contro le Arti Oscure) che non merita.
Il Contrasto con Altri Professori
Se confrontiamo Lockhart con altri professori problematici della serie, emerge una differenza interessante. Dolores Umbridge, per esempio, è terribile in modi concreti e immediati - le sue azioni hanno peso narrativo diretto. Severus Piton è intimidatorio ma conciso. Lockhart invece è principalmente fastidioso, e la sua fastidiosità si manifesta attraverso il tempo che fa perdere agli altri con le sue parole.
Questo lo rende un tipo particolare di ostacolo. Non è pericoloso nel senso tradizionale (almeno non intenzionalmente), ma è un’inefficienza incarnata. In un anno scolastico dove Harry ha bisogno di imparare la Difesa contro le Arti Oscure, Lockhart rappresenta un vuoto totale - e Rowling rende quel vuoto palpabile attraverso pagine di discorsi che non insegnano niente.
La Risoluzione Strutturale
L’arco di Lockhart si conclude appropriatamente con la perdita della memoria - la rimozione della sua capacità di parlare in modo coerente. È una risoluzione quasi meta-narrativa: il personaggio che ha occupato troppo spazio verbale perde l’accesso al linguaggio strutturato. La sua punizione è perfettamente calibrata sulla sua colpa narrativa.
Rowling costruisce Lockhart non tanto come un personaggio da temere o ammirare, ma come uno da sopportare. E la struttura stessa del testo - con quei monologhi che si allungano proprio quando vorresti che la storia andasse avanti - fa sì che il lettore sperimenti esattamente ciò che Harry sperimenta: l’esasperazione di dover stare ad ascoltare qualcuno che non ha niente di sostanziale da dire.
Cosa succederebbe se Rowling avesse descritto la vanità di Lockhart invece di farla vivere attraverso la forma del testo stesso?