L’Evoluzione dei Finali in Harry Potter: Da Risoluzione Compressa a Denouement Espanso
Osservando la struttura dell’ultimo capitolo di La Camera dei Segreti, emerge un pattern interessante: Rowling comprime sei momenti felici in un’unica, lunghissima frase. Harry non sa quale sia il momento migliore della festa, e l’autrice elenca tutto insieme - Hermione che ritorna gridando “L’hai risolto!”, Justin che si scusa, Hagrid che torna, la Coppa delle Case vinta, gli esami cancellati, e Lockhart che se ne va tra gli applausi di tutti. È una tecnica narrativa che riflette perfettamente il ritmo frenetico con cui la serie inizialmente gestiva i suoi finali.
La Compressione degli Inizi
I primi due libri della serie mostrano una notevole economia narrativa nei loro capitoli finali. In La Pietra Filosofale, l’ultimo capitolo inizia letteralmente con “Era stato Raptor” e procede attraverso l’intero confronto con Voldemort e la risoluzione in poche pagine. La Camera dei Segreti segue un approccio simile: rivelazioni massicce (come il collegamento tra Harry e Voldemort che anticipa gli Horcrux), il ritorno alla normalità, e il viaggio di ritorno si susseguono rapidamente.
Questa compressione è particolarmente evidente nella scena della festa. Invece di dedicare spazio narrativo a ciascun momento di gioia, Rowling li accatasta tutti insieme. È interessante come questa tecnica comunichi anche qualcosa sul personaggio di Harry: per lui, dopo mesi di sospetti e paura, tutti questi momenti sono ugualmente preziosi perché rappresentano un ritorno alla normalità.
Il Graduale Allungamento
Il cambiamento inizia con Il Prigioniero di Azkaban, che dedica un intero capitolo al denouement - “Ancora Gufi Postini”. Con Il Calice di Fuoco, Rowling inizia a concedersi tre capitoli completi per la risoluzione: il momento in cui Harry torna e si scopre la situazione di Moody (Veritaserum), il capitolo dove Fudge si comporta terribilmente (La Separazione delle Strade), e infine il viaggio sul treno.
Questo pattern continua nei libri successivi. L’Ordine della Fenice ha La Profezia Perduta e La Seconda Guerra Inizia. Il Principe Mezzosangue dedica spazio a Il Lamento della Fenice e La Tomba Bianca. Anche I Doni della Morte, pur avendo solo l’epilogo dopo il climax finale, si concede più respiro narrativo rispetto ai primi libri.
Cosa Cambia
L’evoluzione non è solo quantitativa ma qualitativa. Nei primi libri, le rivelazioni finali sono trattate quasi come formalità da spuntare - Dobby appartiene ai Malfoy, ecco la verità, avanti. Nei libri successivi, Rowling inizia a usare questi capitoli finali per processare emotivamente gli eventi. Il denouement diventa uno spazio dove i personaggi (e i lettori) possono assorbire cosa è appena successo.
La Camera dei Segreti include anche una scena interessante che evidenzia questa differenza: quando tornano a Londra sul treno, i Weasley e Harry si esercitano a disarmarsi a vicenda con la magia. È un momento apparentemente insignificante, ma viene specificato che “Harry stava diventando molto bravo”. È qui che Harry probabilmente padroneggia Expelliarmus, l’incantesimo che userà per tutta la serie. Questo dettaglio è infilato quasi di sfuggita, senza particolare enfasi - nei libri successivi, un momento del genere avrebbe probabilmente ricevuto più attenzione narrativa.
La Struttura ad Anello
Un aspetto affascinante è come La Camera dei Segreti giochi con la composizione ad anello. Il libro inizia con Dobby che avverte Harry, e si conclude con Dobby liberato. Ma la risoluzione è incredibilmente rapida - Harry inganna Lucius Malfoy con un calzino nel diario, Dobby è libero, fine. Nei libri successivi, questo tipo di arco narrativo verrebbe probabilmente esplorato più a fondo, con più tempo dedicato al significato emotivo del momento.
Anche il ritorno di Ginny alla felicità viene trattato in modo sorprendentemente veloce. Harry osserva che “Ginny era di nuovo felice”, poche ore dopo essere stata salvata dalla Camera dei Segreti dove ha trascorso mesi sotto il controllo di Voldemort. Certo, il punto di vista è quello di un dodicenne che sta valutando lo stato mentale altrui, ma la rapidità con cui questo trauma viene apparentemente superato è indicativa dell’approccio narrativo dell’epoca.
Questione di Fiducia
Questo cambiamento nell’approccio ai finali riflette probabilmente anche la crescente fiducia di Rowling nei suoi lettori. All’inizio della serie, sembrava esserci un timore che i lettori chiudessero il libro non appena Voldemort lascia la scena. Con il proseguire della serie e la crescita della base di lettori, Rowling ha capito che il pubblico aveva la pazienza per finali più articolati e riflessivi.
C’è anche una questione pratica di lunghezza: La Camera dei Segreti è uno dei libri più corti della serie (circa 340 pagine nell’edizione americana, rispetto alle 310 de La Pietra Filosofale). Man mano che i libri diventavano più lunghi e complessi, c’era semplicemente più spazio per lasciare che le risoluzioni respirassero.
La densità dell’ultimo capitolo di Camera dei Segreti - con rivelazioni enormi sugli Horcrux, due citazioni memorabili di Silente, il mistero di Dobby risolto, e il ritorno a Londra tutto in poche pagine - crea un finale che sembra quasi frettoloso rispetto agli standard dei libri successivi. Ma questa fretta ha anche un suo fascino: cattura perfettamente l’energia e il sollievo di Harry nel vedere tutto risolversi rapidamente dopo mesi di tensione.
Forse il vero cambiamento non è tanto nella qualità della scrittura quanto nella consapevolezza del medium. Rowling ha imparato che poteva concedersi il lusso di lunghi denouement, che i suoi lettori volevano passare più tempo a elaborare gli eventi insieme ai personaggi. Ma c’è qualcosa di onesto e diretto in quei primi finali compressi: la storia è finita, i problemi sono risolti, e ora possiamo andare a casa.